Ricordando Tarquinio Provini

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PREFAZIONE

Amo la velocità, i circuiti stradali, le piste, amo i piloti automobilistici e i piloti motociclistici, sanno di vita e di morte, sanno di audacia ed irrazionalità che, a ben vedere, è dettata, invece, da un calcolo che nella ragione trova un posto predominante.
Sono gli alfieri di un modo di vivere che non mi appartiene dal momento che posseggo una sorta di codardia che fu mia al nascimento.

Gli assi del volante e del manubrio hanno una sensibilità speciale, mettono in lista il brivido e, quando possono, lo regalano agli spettatori che si aspettano sempre un numero che esuli dalla routine agonistica.

Provini ne ha dispensati a piene mani, non è mai stato avaro di spettacoli che rappresentava sulle due ruote, io lo seguivo nelle sue trasferte con l’immaginazione che la radio è in grado di regalare, oppure, quando correva in Italia, la Tv mi rimandava il suo stile unico perché, come avrò modo di scrivere nel prosieguo del libro, aveva fatto del suo modo di pilotare un qualche cosa che si avvicinava all’arte, intesa come scultura in movimento. Stile, dicevo, davvero personale: molti hanno cercato di emularlo, pochissimi uguagliarlo, nessuno perfezionarlo. Perché, in verità, non lo si poteva affinare dal momento che tale impostazione era del tutto naturale e, come tale, irripetibile. Così, da un lato rispettava le leggi della aerodinamica, dall’altro infiammava i cuori dei puristi. Parlare di estrema generosità non è sufficiente, lui non si risparmiava mai, dando tutto se stesso, immolando la sua sicurezza sull’altare della temerarietà. Non conosceva la paura, le era amico, la dileggiava e quest’ultima si prendeva alcune rivincite come a Francorchamps, al Giro d’ Italia, a Man, facendolo rovinosamente cadere, senza, tuttavia, piegargli il volere.

Prima di iniziare questa mia piccola avventura, mi sono interrogato, per giorni, se fossi stato in grado, meglio degno, di scrivere una biografia su Tarquinio che non fossero i soliti pedissequi articoli che hanno riempito le pagine dei giornali specializzati e non. Alla fine mi sono lasciato convincere dalla mia fantasia che reclamava parole di elogio non sciocche ed ovvie nei confronti del piacentino. Non vorrei che questa frase suonasse come una stupida ed inutile apologia del campione, prova ne sia che chi avrà la voglia e la bontà di leggermi, troverà ben delineati i difetti che il campione possedeva al pari delle sue virtù.

Cocciutaggine, poca inclinazione allo studio, fermezza nel volere sempre proferire l’ultima parola, ne sono un illuminante esempio.

Se si vuole tratteggiare la vita di un uomo, lo si deve fare nel bene e nel male, tenendo ben presente l’onestà intellettiva di cui tutti noi dovremmo essere dotati. Certo, in questo scritto, che non vuole assolutamente essere esaustivo, la passione che ho nutrito e nutro nei confronti di Tarquinio, la si tocca con mano ma come uomo possiedo anch’io i miei entusiasmi e le mie intolleranze rivolte verso gli sportivi e non solo. Quindi, se a volte mi sono lasciato trasportare da una sorta di enfasi, spero di venire assolto dall’altrui magnanimità.

Due titoli mondiali ed undici titoli italiani non sono davvero pochi, ma il “nostro” avrebbe meritato molto di più in termini di vittorie, tuttavia il suo carattere coriaceo ha fatto si che non si piangesse troppo addosso, anzi…L’importante, al di là di tutto, è avere fatto sognare i suoi tifosi, regalando loro emozioni difficilmente irripetibili: io sono stato fra questi e ne sono estremamente contento, grazie Tarquinio.

Maurizio Messori

La PhotoGallery.
Le fotografie che hanno fermato alcuni dei momenti più importanti nella vita di Tarquinio.